1 Dicembre 2016

Come si fa a parlare in pubblico (prima parte)

By ViS

Parlare a un pubblico: come si fa – Metodo 98

barack-obama-1174489_640Di consigli su come parlare a un pubblico è piena la rete, dai più bizzarri (evitate i latticini!) a quelli in apparenza più ovvi (ricordatevi di respirare). In realtà non tutti i consigli, a parte quelli più ovvi, sono buoni per tutte le persone. E non tutti i trucchi funzionano sempre, perché non tutte le situazioni sono uguali. Dunque, ciascuno dovrà costruire la sua individuale ricetta.
Poiché parlare a un pubblico, però, è un atto di comunicazione, la prima cosa sensata da fare è considerare, applicandoli specificamente al parlare a un pubblico, i criteri generali che rendono efficace un atto di comunicazione.

Già che ci siamo, vi ricordo che il termine “comunicare” viene dal latino cum munire (costruire, legare) e communico (metto in comune). Dunque, considerate che tutte le volte che parlate a un pubblico il vostro obiettivo di base è mettere in comune qualcosa (un’informazione, un’opinione, un’idea o un sentimento) che prima apparteneva solo a voi.

Bene: eccovi ora, più o meno, la definizione di comunicazione che di solito do ai miei studenti, nel primo giorno di corso: comunicare è un processo interattivo di scambio di informazioni tra due o più soggetti in grado di emettere e ricevere segnali e di decodificarli a partire da un codice condiviso.
La definizione può sembrare astratta (sì, lo è), ma vi assicuro che ne derivano conseguenze più che concrete sul come parlare in pubblico.

 1) EMETTERE E RICEVERE SEGNALI. Vuol dire che chi comunica (voi) produce segnali verbali (le parole che dite) e non verbali (tutto quanto non è parole: postura, gesti, espressioni, toni…) che devono prima di tutto essere abbastanza percepibili, cioè abbastanza forti e distinti, da colpire adeguatamente il sistema sensoriale degli interlocutori. Insomma: dovete prima di tutto farvi vedere e farvi sentire bene, e se chi vi sta di fronte non vi vede o non vi sente bene la sfida è persa in partenza. Questo fatto elementare spesso viene sottovalutato.

Voce, tono e ritmo. Non parlate sottovoce, o guardandovi la punta dei piedi. Se avete in mano un microfono, tenetelo vicino alla vostra bocca (non all’altezza dell’ombelico!) e non gesticolate con la mano con cui tenete il microfono (l’ho visto fare più di una volta).
Se il microfono è fisso, regolatelo in modo che la distanza dalla vostra bocca sia adeguata: devono essere pochi centimetri. E poi evitate di cambiare posizione.
Se quando parlate preferite stare in piedi e muovervi (io, per esempio, mi sento più a mio agio così) chiedete un microfono da tenere in mano. I microfoni a cuffia tendono a muoversi, quelli da appuntare alla giacca ancora di più, e vi obbligano a passare un cavetto e a fissare una scatoletta sugli abiti.
Se la sala è piccola, fate serenamente a meno del microfono: dovrete parlare a voce un po’ più alta del normale, ma la voce risulterà più naturale e avrete entrambe le mani a disposizione.

Evitate di parlare in modo monocorde. Tenete un ritmo naturale e variato (importantissimo!) articolando bene le parole, specie se state leggendo (ma se non leggete è meglio).
Più la platea è ampia e le persone sono distanti da voi, più vi conviene controllare che la vostra voce arrivi fino in fondo, e accentuare i cambiamenti di tono. E sì: ricordatevi di prendere fiato: le pause servono anche a questo.
Non fidatevi di chi vi dice di par-la-re len-ta-men-te: un oratore lento è noioso. Ma un oratore che affastella parole è incomprensibile. Trovate il vostro ritmo: sarà comunque più lento di quello che usereste parlando normalmente, perché già il fatto di alzare il mento, guardare il pubblico, articolare bene le parole perché siano comprese e tenere un tono più alto vi obbliga a rallentare.
Qualsiasi tipo di voce abbiate, è la vostra e va bene così. Però controllatela e guidatela: la vostra voce è al servizio delle informazioni e del sentimento che volete trasmettere. Restituite, attraverso le pause e l’intonazione, il senso di quel che volete trasmettere.

Gesti, postura, espressioni. Parlando in pubblico, la comunicazione non verbale è tanto importante quanto ciò che dite: rafforza o indebolisce quanto state affermando.
Non siate solo “una voce”. Fate in modo che le persone vi vedano bene in faccia e, se appena potete, alzatevi in piedi per parlare. Se c’è un leggio, non nascondetevici dietro e non aggrappatevici come un naufrago in mezzo all’oceano.
La comunicazione non verbale può anche confermare o smentire quanto state affermando. Per capirci: se esordite dicendo “sono entusiasta di essere qui”, ma avete in faccia un’espressione schifata, state guardando il pavimento e la vostra postura è depressa (spalle curve, braccia penzoloni) state trasmettendo segnali inconguenti. Se c’è contraddizione tra voce e corpo, il pubblico crederà di più, sempre,  a quel che dice il vostro corpo che a quello che dite voi.

Se non siete attori professionisti, vi riuscirà difficile tenere sotto controllo la comunicazione non verbale mentre siete lì tutti concentrati su ciò che volete dire. L’unica soluzione è che sappiate benissimo quel che state dicendo, che l’abbiate interiorizzato e che ne siate convinti: solo così il vostro corpo potrà “dire la verità”,  aggiungendo la sua propria espressività a quel che voi dite.

(Continua)

Tratto da: nuovoeutile.it